Cos’è un media kit
È il documento con cui un creator si presenta a brand e agenzie: chi è, di cosa parla, che pubblico ha, che risultati ottiene e cosa offre. Later lo descrive come biglietto da visita, curriculum e portfolio in un unico documento. Può essere un PDF, una presentazione o una pagina web linkata dalla bio.
Non è un press kit: quello serve ai giornalisti per scrivere di una notizia, con comunicati, biografie e loghi. Il media kit serve a chi deve decidere se investire su di te.
Cosa guardano davvero i brand
Il numero di follower da solo non basta più: IAB Italia, nel suo white paper del 2024, lo definisce un criterio superato. Contano il tasso di interazione, chi è il pubblico, che tipo di interazioni genera e i risultati delle collaborazioni passate. Later lo dice in una riga: ai brand interessa più il tuo tasso di interazione che i tuoi follower.
Un esempio, pagina per pagina
- Copertina. Nome, una foto, la nicchia in una riga — «Investimenti per chi comincia» — e il contatto per le collaborazioni.
- I numeri, piattaforma per piattaforma. Follower, copertura o visualizzazioni medie degli ultimi 30 o 90 giorni, tasso di interazione, e il periodo a cui si riferiscono. Un numero senza data non dice niente.
- Il pubblico. Età, genere, le cinque città o i cinque paesi principali, gli interessi. Si prendono dalle statistiche della piattaforma: su Instagram sono nella dashboard professionale.
- I formati. Video lunghi, reel, stories, post, dirette, newsletter: quello che sai fare bene, non tutto quello che esiste.
- Tre-cinque contenuti rappresentativi, con il link, meglio se in formati diversi.
- Le collaborazioni passate, con i risultati. Il marchio, cosa avete fatto, un numero. Solo quelle che puoi citare: alcuni contratti lo vietano.
- Contatti e data di aggiornamento. Le tariffe, se vuoi: altrimenti «su richiesta».
Quanto lungo, in che formato
Qui le fonti non sono d’accordo. Shopify e Buffer consigliano una o due pagine; Later preferisce quattro o cinque pagine ordinate a una sola affollata. Una via di mezzo ragionevole: una versione corta per il primo contatto, e una completa quando il brand chiede di più. Una pagina web ha un vantaggio sul PDF: i numeri si aggiornano in un posto solo.
Gli errori che fanno scartare un profilo
- Un modello generico non personalizzato. Si riconosce subito, e dice che non hai speso tempo.
- Numeri vecchi o arrotondati a favore. Il brand li verifica, e un numero sbagliato fa più danno di uno piccolo.
- Solo i follower. Senza copertura, interazioni e dati del pubblico, il documento non risponde alla domanda del brand.
- Troppo lungo. Chi lo legge ne riceve decine.
- Niente link ai profili. Il brand vorrà guardare, e non deve cercare.
- Contenuti di esempio senza la dicitura pubblicitaria, se erano sponsorizzati: è la prima cosa che un brand attento controlla. Come si fa, nella guida alla dicitura ADV.
Ogni quanto aggiornarlo
Ogni tre-sei mesi, consiglia Buffer, e comunque dopo una crescita importante o una collaborazione che vale la pena mostrare. Tenerne sempre una versione pronta evita di rifarlo di corsa quando un brand lo chiede.
Il media kit è la parte facile. Il difficile arriva quando un brand risponde: capire se la proposta ti conviene, cosa mettere per iscritto, quanto vale. È il tema della guida sucome valutare una proposta di collaborazione.
Le fonti.Shopify,Later,Buffer,PR Newswire (media kit e press kit),IAB Italia, white paper 2024,Instagram, statistiche del pubblico.
Domande frequenti
Cos’è un media kit?
È il documento — un PDF o una pagina web — con cui un creator si presenta ai brand: chi è, di cosa parla, che pubblico ha, che risultati ottiene e cosa offre. È il suo biglietto da visita, curriculum e portfolio in uno.
Che differenza c’è fra media kit e press kit?
Il press kit serve ai giornalisti per scrivere di una notizia: comunicati, biografia, loghi. Il media kit serve ai brand e agli inserzionisti per valutare una collaborazione: pubblico, numeri, formati. Alcuni usano le due parole come sinonimi, ma lo scopo è diverso.
Cosa mettere in un media kit da influencer?
Una breve presentazione, le piattaforme con copertura e tasso di interazione, i dati del pubblico — età, genere, città — tre-cinque esempi di contenuti, le collaborazioni passate con i risultati, i formati che offri e un contatto. Le tariffe sono facoltative.
Quanto deve essere lungo un media kit?
Una o due pagine per il primo contatto, secondo Shopify e Buffer; altre guide arrivano a quattro-cinque pagine per un kit completo. Meglio corto e aggiornato che lungo e vecchio.
Ogni quanto va aggiornato?
Ogni tre-sei mesi, e comunque dopo una crescita importante o una collaborazione che vale la pena mostrare. I numeri vecchi sono la prima cosa che un brand verifica.
Bisogna mettere i prezzi nel media kit?
È una scelta. Pubblicarli fa arrivare solo i brand che hanno già quel budget; ometterli, con «su richiesta», lascia margine per trattare. Il prezzo di una collaborazione dipende da formato, diritti d’uso ed esclusiva, e un listino fisso difficilmente li tiene in conto.
