Prima di tutto: farsi trovare
I brand, o le agenzie che lavorano per loro, cercano creator in tre modi: guardano chi parla già del loro settore, usano piattaforme e database di profili, e chiedono in giro. In tutti e tre i casi vince chi rende facile capire due cose in pochi secondi: di cosa parla, e come contattarlo.
- Una nicchia chiara. «Parlo di risparmio per chi ha vent’anni» si ricorda. «Parlo di un po’ di tutto» no.
- Un contatto professionale in bio. Un’email dedicata alle collaborazioni, non solo i messaggi diretti, dove le proposte si perdono fra centinaia di altri.
- Contenuti che mostrano come lavori. Se non hai ancora collaborazioni da far vedere, un contenuto in cui racconti un prodotto che usi davvero fa capire a un brand come parleresti del suo.
Il media kit: cosa metterci
È il documento che mandi a un brand, o che un brand ti chiede. Una o due pagine, non di più.
- Chi sei. Due righe: di cosa parli, per chi, con che tono.
- I numeri che contano. I follower da soli dicono poco. Servono le visualizzazioni medie, le interazioni, e soprattutto chi è il tuo pubblico: età, paese, città. Sono quelli che decidono se sei la persona giusta per un prodotto.
- Qualche contenuto. Tre o quattro esempi rappresentativi, con il link.
- I formati che offri. Video lunghi, reel, stories, post, dirette, newsletter, podcast: quello che sai fare bene, non tutto quello che esiste.
- Le collaborazioni passate. Solo se puoi citarle: alcuni contratti lo vietano.
- Un contatto. Email, e chi risponde se hai un’agenzia.
Una regola sola: aggiornalo. I numeri di un anno fa, se nel frattempo sono cambiati, sono la prima cosa che un brand verifica e l’ultima che vuoi farti contestare.
Quando arriva una proposta
La tentazione è rispondere subito di sì. Prima conviene farsi tre domande.
Il prodotto lo consiglieresti a un amico?
Il tuo pubblico ti segue perché si fida di te. Una collaborazione con un prodotto in cui non credi si paga una volta sola, e poi continua a costare in credibilità.
Il brand è chi dice di essere?
Guarda il sito, le recensioni, chi c’è dietro. Diffida di chi chiede soldi per «entrare nel programma», di chi paga solo in prodotti di valore incerto e di chi ha fretta di farti pubblicare. Se parli di finanza la domanda è ancora più precisa: l’operatore deve essere autorizzato, e promuovere un prodotto non autorizzato può metterti nei guai. Ne parliamo nella guida per i creator di finanza.
C’è un brief chiaro?
Una proposta seria dice cosa vuole: quanti contenuti, su quali piattaforme, entro quando, con quali messaggi. Se il brief è vago, chiedilo prima di parlare di prezzo: senza, non sai cosa stai vendendo.
Da cosa dipende il prezzo
«Quanto chiedo per un post?» è la domanda che tutti si fanno, e non ha una risposta unica. Il prezzo giusto non dipende solo da quanti ti seguono. Dipende da:
- il formato: un video dedicato chiede più lavoro di una menzione in una story;
- quanti contenuti e in quanto tempo: una serie non costa come un contenuto singolo moltiplicato;
- i diritti d’uso: se il brand vuole riusare il contenuto nelle sue pubblicità, sul suo sito o nei negozi, per quanto tempo e dove;
- la sponsorizzazione dal tuo profilo: quando il brand fa girare le sue inserzioni a nome tuo, è un diritto a parte;
- l’esclusiva: se ti chiede di non lavorare con concorrenti per un periodo, sta comprando anche le collaborazioni che rinunci a fare;
- tempi e revisioni: una consegna in tre giorni, o cinque giri di modifiche, valgono di più di una consegna in tre settimane con un giro solo.
Le tariffe vere si negoziano caso per caso, ed è normale che per due collaborazioni con lo stesso numero di contenuti tu chieda cifre molto diverse. Diffida delle tabelle «un tanto per follower»: ignorano quasi tutto quello che c’è in questo elenco.
Cosa farsi mettere per iscritto
Un messaggio con scritto «ok, facciamo» non è un accordo. Prima di iniziare, per iscritto, devono esserci:
- Cosa consegni: quanti contenuti, quali formati, su quali piattaforme.
- Entro quando: le date di consegna e di pubblicazione.
- Quanto e quando vieni pagato: la cifra, se è IVA inclusa o esclusa, a quanti giorni dalla fattura.
- Quante revisioni sono comprese, e cosa succede se il brand ne chiede altre.
- I diritti d’uso: dove, per quanto tempo, in quali paesi.
- L’esclusiva, se c’è: quali concorrenti, per quanto tempo.
- Cosa succede se il brand annulla dopo che hai già lavorato: una somma concordata per l’annullamento, che nel settore si chiama «kill fee».
- Chi approva il contenuto e in quanto tempo, prima che tu pubblichi.
E la dicitura «ADV»
Ogni contenuto per cui ricevi un compenso, un regalo, un codice sconto o un’affiliazione è pubblicità, e va dichiarato in modo che si capisca subito. Dove si scrive, come, e cosa cambia fra post, video, stories e dirette è spiegato nella nostra guida alla dicitura ADV.
Quando ha senso un’agenzia
All’inizio si fa tutto da soli, ed è giusto così: si impara cosa vale il proprio lavoro. Un’agenzia comincia ad avere senso quando le proposte arrivano più in fretta di quanto riesci a valutarle, quando passi più tempo a trattare e a inseguire pagamenti che a fare contenuti, o quando i brand con cui lavori chiedono contratti che da solo non sai leggere.
Cosa fa un’agenzia e cosa chiederle prima di firmare lo trovi nella guida per i creator di finanza; quanto prende, e su cosa, nella guida su quanto prende un’agenzia.
Da noi funziona così. Le proposte le portiamo noi e le valuti tu: puoi rifiutare qualsiasi collaborazione senza doverla motivare. Ogni campagna ha un Ordine di Incarico con deliverable, tempi, compenso, diritti d’uso e KPI, e senza il tuo benestare scritto non si chiude niente.
Domande frequenti
Quanti follower servono per collaborare con un brand?
Non esiste una soglia. Un brand che vende un prodotto di nicchia spesso preferisce un profilo piccolo con un pubblico preciso e attento a uno grande e generico. Conta di più che il tuo pubblico sia quello che il brand vuole raggiungere, e che tu possa dimostrarlo con i dati.
Cosa devo mettere nel media kit?
Chi sei e di cosa parli in due righe, le piattaforme con i numeri che contano (non solo i follower: visualizzazioni medie, interazioni, dati demografici del pubblico), qualche contenuto rappresentativo, i formati che offri, le collaborazioni passate se puoi citarle, e un contatto. Aggiornalo spesso: un media kit con i numeri di un anno fa fa più danno che non averlo.
Devo mettere le tariffe nel media kit?
Non è obbligatorio, e molti preferiscono di no: il prezzo di una collaborazione dipende da formato, diritti d’uso, esclusiva e tempi, e un listino fisso ti lega le mani prima ancora di sapere cosa ti chiedono. Puoi indicare i formati che offri e parlare di prezzo quando hai un brief.
Posso accettare un prodotto in regalo senza scrivere niente?
In genere no. Per le FAQ AGCOM anche un prodotto ricevuto in regalo va dichiarato, con formule come «prodotto inviato da». Le eccezioni sono strette, e tutti i dettagli sono nella nostra guida alla dicitura ADV.
Il brand può usare il mio video nelle sue pubblicità?
Solo se lo avete concordato. L’uso dei contenuti nelle inserzioni del brand, o la sponsorizzazione dal tuo profilo, è un diritto d’uso a parte: va scritto per quanto tempo, su quali canali e in quali paesi, e di solito si paga in più.
Quando ha senso farsi seguire da un’agenzia?
Quando le proposte arrivano più in fretta di quanto riesci a valutarle, quando passi più tempo a trattare e a fatturare che a fare contenuti, o quando lavori con brand che chiedono contratti complessi. Un’agenzia ti rappresenta, negozia e segue la parte amministrativa; in cambio prende una parte del compenso.
